La mia India

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Chissà se avessi camminato di più, se avessi esplorato luoghi diversi e se mi fossi fermato a parlare a ogni persona con cui ho incrociato uno sguardo.
Chissà.
Ma mi voglio accontentare di ciò che è stato, né di più, né di meno.
E le immagini di questo video sono ciò che mi porto a casa dopo un mese vissuto in questo meraviglioso ma complicato paese.

Il cielo del Marocco

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Portami a Marrakech e portami in quella piccola stradina e non fermiamoci rimaniamo in ascolto e schiviamo i motorini e i carretti e le persone e e i gatti e i cani randagi e quelle braccia che ci chiamano da lontano e chiamano noi proprio noi ma andiamo in fondo e vediamo dove porta questa piccola stradina che è fatta di mattoni e pietre e colori e vita di miliardi di persone che sono passate qui oggi ieri e passeranno domani anche forse senza domandarsi nulla trasportando pacchi borse e bellezza vera e pure fichi che rendono più fantastica ma anche più dolce questa stradina che racconterà una nuova vita o una nuova morte e parlerà pure di noi. Chissà.

Un video del Sud America è meglio di una foto su Whatsapp

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Laguna Colorada BoliviaNon si riesce a raccontare sempre tutto, o almeno, io non riesco a raccontare sempre tutto.
Ogni tanto ci provo, ma poi o non mi ricordo, oppure mi ripeto, oppure mi addormento mentre parlo, oppure mi rendo conto che sto parlando da solo e davanti non c’è nessuno, oppure mi rendo conto che sto muovendo la bocca ma non escono suoni, oppure che sono appena arrivato in Sud America e quello che avrò da raccontare devo in realtà ancora viverlo.
“Dove ti trovi ora, ma foto ne hai fatte? Mandami una foto! E domani dove vai? Ti hanno già rapinato?” mi scrivono, impazienti e curiosi.
Ma non me lo chiedere, aspetta, perchè tra una settimana o un mese o un anno ti farò vedere dove sono stato e proverò nel migliore dei modi a farti vivere quello che ho vissuto io.
Purtroppo non sempre ci riesco.
Perchè per fare bene questa cosa ci va una capacità narrativa indifferente, e oltre a questa ci va un buon orecchio pronto ad ascoltare.
E chissà se tu hai un orecchio pronto ad ascoltare.
Chissà se hai la pazienza di fermarti dieci minuti della tua vita, dieci minuti interi però, senza fare nient’altro, senza chattare o perderti in distrazioni che non servono.
Bè, se hai questa capacità, questo è il mio video del viaggio in Sud America che mi ha fatto partire da Lima e arrivare a Buenos Aires, passando da Bolivia e Nord del Chile.
Qui potrai vedere vulcani, lagune, mercati, io che mi spoglio a -5°C, cactus, tramonti e donne nude bellissime.
Ho dovuto tagliare tanto, forse addirittura le cose più importanti, ma alla fine chissenefrega. Qualcosa c’è.
Vai vai vai vai

Lo yin e lo yang della montagna

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ore 06.00 circa Bivacco Santa Maria – Rocciamelone

Nei boschi vicino a Cretaz e nei campi dei nonni maturavo il mio amore per la natura, il bisogno di selvatico e quell’abilità dell’istinto che distingue il contadino dal cittadino, il viaggiatore dal turista, la guida dal cliente.
Tutti nasciamo nudi e poi ci ricopriamo di abiti e maschere per adattarci a questa società. Ma se ripenso alla mia infanzia, so che si può vivere senza. Io l’ho fatto. Basta ignorare il futuro e perdersi nel presente. Vivere alla giornata come si faceva da bambini insieme alle rane, alle lucciole e alle cicale, parlare la lingua dei cani e delle volpi e immergersi nel fango; tornare indietro a catturare i gamberi di fiume abbagliandoli con la lanterna, guidare il trattore del nonno come un pilota di Formula uno, affrontare il temporale quando gli altri si chiudono nelle case, rincorrere il pallone nelle sere africane in cui la terra suda sotto i piedi. Tornare a casa affamati e stanchi, ma paghi e felici.
«Ti serve qualcosa?», chiedeva nonna mettendomi a dormire.
«No», rispondevo, perché avevo il mondo con me.

Hervé Barmasse

Bello questo pezzo eh? L’ho rubato ieri su Facebook e ve l’ho incollato.
L’autunno si è fatto avanti, qui sulle cime che salutano Torino in lontananza, il freddo incombe e la neve pure. Le previsioni del tempo danno cielo limpido questa notte, là fuori c’è una luna enorme e una luce incredibile diversa dal solito.
Bisogna assolutamente andare.
Il Rocciamelone, con i suoi 3538 metri è la montagna più alta della Val di Susa. Io la conosco bene e almeno una volta l’anno mi prometto di salirci. Se il tempo lo consente, si può ammirare un’alba stupenda lassù in cima, se invece non lo consente, una volta arrivato su sarai avvolto da nebbia e vento. E questa seconda opzione, per quanto mi riguarda, è stata quella che mi si è presentata più frequentemente, purtroppo. Per quest’anno il buon periodo per poterci salire è ormai agli sgoccioli, dopodichè le montagne si coloreranno di neve e ghiaccio e io mi farò da parte che non è cosa mia.
Quest’ultima opportunità bisogna coglierla al volo. Questa volta voglio vivere in modo diverso questa montagna però. Voglio incontrare questa montagna guardandola con occhi nuovi.
Partiremo di notte, con il buio, con la montagna che dorme e arriveremo in cima in tempo per vedere l’alba.
Alle 03.00 in prossimità del Rifugio La Riposa, lasciamo l’auto e io, Albi e Matteo ci mettiamo in cammino. Un silenzio incredibile, fa molto freddo, sopra di noi una luna perfettamente tonda sembra un faro da stadio, è accecante.
Così accecante che non ci servono le torce, la luna illumina una buona parte di sentiero e per le zone in ombra ci pensano i nostri occhi che ormai, come gli occhi dei felini, hanno visibilità perfetta.
Il paesaggio intorno lascia senza fiato.
Nonostante sia notte fonda, il cielo è blu chiaro con qualche stella qua e la, in lontananza si vedono le cime delle montagne, tra tutte il Monviso, che spunta da un mare di nuvole che pare panna montata. Un tappeto infinito bianco, paffuto e morbidoso fa da pavimento al cielo. Lo stesso che si vede dagli aerei quando si va in vacanza e noi ce l’abbiamo lì, a pochi metri, in una splendida notte di ordinaria follia.
Fa freddo, davvero freddo, conviene sbrigarsi ad arrivare. L’ho fatta molte volte questa camminata e la conosco a memoria, ma di notte è così diversa, mancano i punti di riferimento, mancano i colori delle rocce e i segni bianco-rossi soliti a tracciare la via sono lingue di ombre che si mischiano con la terra. E poi c’è un silenzio diverso, quasi tetro mentre un branco di stambecchi ci osserva da lontano, riusciamo a vedere solo gli occhi illuminati nel buio, piccole biglie luminose come grandi lucciole della montagna.
Albi davanti, lui è il più esperto. Si è portato il parapendio e se il tempo gli concederà la grazia, domani si lancerà dal Rifugio La Riposa per atterrare a Bussoleno. E’ lui che mi ha portato sul Rocciamelone la prima volta,15 anni fa. Ed è bello e importante che ci sia anche lui stanotte.
Matteo ha un faro in testa che potrebbe illuminare tutta Collegno, ogni tanto la accende quando ci perdiamo. Perchè i sentieri si mischiano tra le rocce e ogni tanto abbandoniamo la traccia e ci troviamo in mezzo alla pietraia. Ma persa la via e poi ritrovata, piano piano si continua a salire. La luna è sempre lì incollata a noi mentre Venere ci sta dietro a far la guardia.
Venere guardaci le spalle fino a che non faccia luce. Fa così freddo che non riesco più a leggere l’ora dal mio Casio, fa così freddo che vorrei fermarmi a scattare qualche foto ma se voglio farlo, devo farlo in fretta, prima di trasformarmi in statua.

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ore 03.00 circa – io in posa salendo sul Rocciamelone

E piano piano si sale e piano piano la luna cala e piano piano il cielo si colora di rosso e il tappeto di nuvole di un colore che non hanno ancora inventato.E poi vediamo la vetta.E poi arriviamo in cima. E poi ci abbracciamo.
Sistemo la macchina fotografica, mi siedo su una roccia e attendo. Ho sonno, ogni tanto mi si chiudono gli occhi dalla stanchezza. Poi li riapro e mi sveglio davanti a questo paradiso e mi chiedo se sia davvero reale. Esiste davvero oppure sto sognando?
E il Sole, laggiù, proprio in fondo in fondo, come l’ultimo della fila si fa spazio sul Pianeta e si alza libero come un gabbiano.
E sale su a illuminarci. Albi mi chiede se ne è valsa la pena.
Fa così freddo quassù e ho fame e ho sete ma ho voglia di stare ancora seduto a guardare questo spettacolo.
Si, ne è valsa la pena.
Bisognerebbe spogliarsi nudi davanti a questa immensità, nudi davanti all’alba di questo nuovo giorno.
Il telecomando della macchina fotografica, appoggiato per terra, si è ghiacciato.
Forse conviene tenere la giacca e il culo al caldo, penso.
Che notte incredibile questa. Non so quando mi ricapiterà un cielo così e delle nuvole sotto di me così splendidamente modellate.
Meno male che un paio di foto le ho scattate, almeno mi ricorderanno quello che ho visto, io che ho la memoria corta.
Basta poco per essere felici.
E poi scendiamo di nuovo giù, ritrovo di nuovo quei sentieri che conosco a memoria e mi meraviglio di quanto eri diversa qualche ora fa. Eri un’altra montagna. Prima ho visto lo yin e ora incontro la yang.
Guardate il video qua sotto, che c’è quell’alba tanto decantata e capite un attimo di cosa stavo parlando.
Vai vai vai vai

Etiopia o non Etiopia questo è il mio video

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Vi racconto questa storia.
Qualche mese fa leggo su Repubblica di un evento al Museo dell’automobile di Torino e ci vado con Davide.
Ci sono questi 3 tizi, i Taurinorum Team, che sponsorizzati da Piaggio, Ferrino, K-way e Pentax, organizzano spedizioni in giro per il mondo sulle tre ruote di un Ape Piaggio.
La serata è interessante, foto esposte su cavalletto, svariati stand di associazioni che collaborano con loro, ricco buffet e bicchieri di spumante. Il clou della serata avviene tra i racconti del loro progetto e la visione dei vari video delle loro spedizioni.
“Stiamo cercando 6 personeper il prossimo viaggio in Etiopia a Novembre, devono essere grandi viaggiatori e appassionati di fotografia e video.”
“Minchia sono io!”, penso.
In realtà sul momento non ci do grande peso e mi godo l’ottima serata e il ricco buffet col socio che è carico più che mai.
Ma la sera, quando arrivo a casa, penso stiano cercando proprio me e, anche se so che non mi prenderanno mai, scarico il modulo da Internet e decido di candidarmi.
Scrivo tutta la mia vita, da quando a 15 anni lavavo i piatti in Pizzeria a quando in Asia ho morso un cobra iniettandogli del veleno.
Scrivono su internet di aver ricevuto centinaia di application da tutta Italia, ammazza quante persone che viaggiano e fanno foto e video!
E poi non ci penso più.
Settimane dopo mi trovo in Perù, è notte e siccome c’è solo una presa per la corrente, sono sveglio a caricare macchina foto, gopro e telefono. Per passare il tempo scarico la posta e trovo una mail proprio da loro, i Taurinorum Team.
“Sono stati identificati 30 profili finalisti e tu sei tra questi”mi dicono..
Mi chiedono di spedirgli un video di 1 minuto in cui mi presento.
E così faccio il video di 1 minuto, il video mi piace abbastanza, glielo spedisco e attendo.
So benissimo che non mi prenderanno mai, so come funziona il mondo della comunicazione e i profili che cercano,sono abbastanza tranquillo e consapevole dell’esito finale.
E qualche giorno fa i 6 profili vengono selezionati.
Vi aspettate il finale a sorpresa, il colpo di scena? Siete pronti?
E come immaginavo non sono tra questi, ma un po’ alla fin fine ci ho sperato e un pochino, dai, ci son rimasto male.
E’ che avevo proprio bisogno di un bel viaggio..sarebbe stato bello fare un bel viaggio..
Ora però sto alla grandissima.
Il video lo hanno pubblicato. Alzate il volume, NON ci vediamo in Etiopia ma VAI VAI VAI VAI

Buenos Aires nunca dorme

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bocaNei centri termali, dopo una sauna a 100 gradi oppure 20 minuti di bagno turco, ti dicono, una volta uscito, di immergerti in una vasca di acqua fredda.
Non e’ goliardia che trasforma il centro termale in villaggio turistico ma è un indicazione importante che fa bene alle difese immunitarie.
Molte persone credono sia una cosa spaventosa e si tirano indietro, altri invece fanno il gesto eroico e urlando si immergono fino al collo, simulando sofferenza e resistenza.

Vi diro’ un segreto.
Dopo una sauna, se ti immergi nell’acqua fredda oppure ti rotoli nella neve, la temperatura del corpo e’ cosi’ alta che il freddo non si sente.
E’ un po’ come buttare un cubetto di ghiaccio nella zuppa bollente per intenderci. Niente di traumatico ma un passaggio facile e necessario tra due mondi diversi adiacenti.

Bè, tutto questo preambolo era per dirvi che sono in Argentina.

Ed entrare in Argentina è stato come entrare nella vasca gelata dopo il calore paesaggistico del Perù della Bolivia e del Chile. Era necessario.

I paesaggi del Perù, della Bolivia e del Chile, hanno regalato emozioni, pelle d’oca, albe, tramonti, sogni e colori incredibili.

Ma io quando viaggio ho bisogno del contatto locale, della gente del posto che mi accoglie e mi racconta, della signora che si fa aiutare a portare la borsa e poi mi offre il mathe. E con la gente del posto di questi paesi e’ stato quasi difficile, quasi impossibile avvicinarsi.

Ho avuto montagne, i laghi, i fiumi, il tramonto e il porcellino d’India e i cactus millenari e il cielo che si fa arancio mentre il Sole cade giù lento e rosso. Ma anche basta dopo un po’.
Perché  se non c’è una voce o un’anima o la storia con l’uomo e la sua piccola ma significante vita, tutto questo perde un po’ di enfasi e spessore.
E quindi basta con paesaggi e cartoline, che i paesaggi non hanno certo bisogno di noi per esistere anzi e’ proprio quando arriviamo noi che questi perdono la loro lucidità e onnipotenza.
Si sbiadiscono e si colorano di un colore che non è il loro per farci contenti e regalarci una nuova illusione, noi che viviamo di illusioni e macchina fotografica.

Il passaggio in Argentina e’ stato uno schiaffo in faccia.
Il colore del cielo e’ tornato normale e la terra ha ripreso il colore marrone colorato da miliardi di cactus qua e la’ come soldati sull’attenti in un territorio abbandonato in cui non c’e’ nulla da difendere.
E dopo, improvvisamente, i cactus sono scomparsi come se ci avessero dato un contentino prima dell’addio definitivo e da li’ in poi prati e cavalli, alberi e noia, erba e mucche e  migliaia di chilometri in cui il paese ora sembra dirti, “basta contemplare l’orizzonte, ora guardiamoci negli occhi.”

C’e’ bisogno delle persone. E l’Argentina sono le persone.
Le persone qui guardano negli occhi, sono reattive, c’e’ un feedback reale, positivo e negativo che sia, ma qui in Argentina si sente l’uomo e la vita.
E poi ci sono di nuovo gli occhi del mio paese, l’Italia, uomini e donne arrivati in nave negli anni ’50 a cercare fortuna quaggiu’ tra terra e vacche. Facce paesane, cognomi orecchiabili, accenti siciliani e veneti e persone che ti nominano paesini italiani sconosciuti con fierezza e orgoglio come se fossero tutte piccole capitali d’Italia.
“Il mio cognome è italiano, io sono stato all’Italia che tengo i cuggini”e gesticolano con le mani proprio come facciamo noi quando parliamo una lingua straniera.

E ora mi trovo a Buenos Aires, una delle capitali del mondo. La capitale del mondo. Una delle sette meraviglie del mondo, diciamolo!
Qui c’e’ davvero tutto a qualsiasi ora, c’e’ tutto con eleganza, colore e ordine anche nella sporcizia e nella miseria. Sembra ci sia sempre una musica di sottofondo ad accompagnare le strade, il traffico e le persone che camminano o che attendono il bus, con il telefono in mano o con una pistola in tasca.

E poi i colori, dovete vedere i colori delle case, dei murales, della gente che suona per strada e anche il colore delle empanadas che qui le fanno al forno di prosciutto e formaggio, carne, pollo o solo verdure.

E poi ci sono i teatri, il Tango, i brutti ceffi che cambiano i dollari per strada a tassi super competitivi e poi c’e’ uno che pensa di somigliare a Maradona che fa le foto con i turisti in cambio di qualche pesos ma che secondo me, a Maradona non somiglia per nulla.
Ci sono anche Marta e Simo e domani sera andiamo a vedere il Teatro dei ciechi.
A Buenos Aires ci sono pure i ciechi.

E’ cosi’ grande questa citta’ che non ha tempo di fermarsi per ricominciare ma semplicemente continua a girare ininterrotta come se fosse un pianeta autonomo che fa sognare, innamorare, ballare e spaventare le persone.
Ti da solo il tempo di riprendere fiato un secondo e poi via,
un altro giro di giostra.

Buenos Aires nunca dorme.

Don’t cry for movie Argentina

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nanni-moretti-film-mia-madreVolevo scrivere un nuovo aggiornamento sulla situazione e sulle coordinate attuali ma mi trovo a Rosario in Argentina e sono appena uscito dal cinema dopo aver visto il film “Mia Madre” di Nanni Moretti.
Il film era In Italiano e con sottotitoli in spagnolo.
Anche perche’ doppiare Nanni Moretti e Margherita Buy sarebbe stato davvero da criminali.
Un altro bel capolavoro di Moretti, molto semplice, delicato e mi ha un po’ toccato.
In sala alla fine del film, hanno applaudito.
Un po’ come si fa al Festival di Cannes.
Un po’ come fanno gli italiani sulla RyanAir quando l’aereo e’ atterrato.

E non ho più voglia di scrivere nulla e penso alla mia di madre che sta in Italia a cucinare polpette, frittate e altra roba che fa ingrassare.

Che legnata dolcissima stasera.
Notte.

Sulla Strada di Beppe

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La prima volta che incontrai Dean fu poco tempo dopo che io e mia moglie ci separammo. Avevo appena superato una seria malattia della quale non mi prenderò la briga di parlare, sennonché ebbe qualcosa a che fare con la triste e penosa rottura e con la sensazione da parte mia che tutto fosse morto. Con l’arrivo di Dean Moriartry ebbe inizio quella parte della mia vita che si potrebbe chiamare la mia vita lungo la strada.

Cosi’ comincia uno dei libri che mi hanno segnato tanto quanto mi ha segnato la cicatrice che ho sul polpaccio.

Dal mio punto di vista invece, l’inizio della mia vita sulla strada e’ cominciato grazie a Vittorio.

Quando avevamo 13 anni, Vittorio si sarebbe trasferito a Bruxelles con la famiglia per qualche anno e prima di partire, l’estate leggeva libri in francese.

“Come cazzo fai a leggere un libro in francese” gli chiesi, io non ero capace nemmeno a leggerlo in italiano.

A 17 anni, oltre alla Basilicata e all’Emilia Romagna non avevo ancora visto nulla di la’ fuori, non sapevo nulla del Mondo e Internet non era ancora stato inventato per le persone comuni.

Decisi di andarlo a trovare. Era il Luglio 1998

Con mia mamma andai alla Stazione di Torino Porta Nuova per acquistare il biglietto del treno Torino-Milano Milano-Bruxelles.

“devi scendere a Milano e poi chiedi..”

Quel biglietto del treno erano tanti fogli in una cartellina di cartoncino, le costo’ piu’ di 100mila lire e lo costudivo nello zainetto come se fosse il Sacro Graal.

Quello era ufficialmente il mio primo treno da solo per l’Europa.

Nonostante avessi il posto prenotato passai quasi tutto il viaggio nel corridoio a guardare fuori dal finestrino.

L’europa era cosi’ diversa dall’Italia. Case diverse, diversi i colori, diversi i materiali e i giardini, le statue, i ponti e le persone era tutto una cosa cosi’ inusuale.

E arrivai a Bruxelles, una delle citta’ piu’ brutte d’Europa ma che mi fece battere tanto il cuore.

Da li’ con un treno andammo a Brugge, la “Venezia belga” dove Vittorio voleva farmi assaggiare assolutamente il gelato Haagen-Dazs (non ho mai capito il suo entusiasmo per questo gelato) e poi da li’ un altro treno ci avrebbe portati a Oostende per bagnare i piedi nel gelido mare del Nord.

Quell’esperienza, immortalata forse in una o due fotografie, e’ stata la scintilla, il tasto di accensione, il big bang, il via libera attraverso il Pianeta Terra.

Ogni finestrino del bus o del treno ora mi tiene incollato al vetro per ore o giorni, a guardare le facce, a salutare le persone che scendono, a fare le boccacce ai bambini in braccio alle mamme e a vedere cambiare i paesaggi, gli alberi, i cieli e le paline del bus.

Ma ogni vetro a cui appoggio la mia testa mi riporta sempre a 17 anni fa sul quel treno pulitissimo per Gare de Bruxelles Nord.

27h di bus in Australia, 41h di treno in Vietnam e cosi’ via per arrivare alle 24h di bus che poco fa mi hanno fatto arrivare a Puerto Iguazu in Argentina.

Da qui c’e’ l’ingresso per le Cascate di Iguazu, le cascate piu’ impressionanti del mondo, al confíne tra Argentina, Brasile e Paraguay.

Un’altra delle sette meraviglie del Mondo. Ma quante sono ste sette meraviglie del Mondo?

Non importa quante siano le meraviglie del mondo ma molto piu’ importante e’ quante siano a farci meravigliare.
Questa e’ veramente una frase del cazzo, ma ogni tanto non resisto e devo dare qualche aforisma alla Jim Morrison da farvi scrivere sulla Smemoranda.
Ogni cosa che si fa e’ sempre grazie a qualcuno. E’ bello ricordare l’inizio dell’evolversi del proprio corpo, del proprio cervello, del proprio modo di pensare.

Io non so ancora leggere un libro in francese puttana la miseria ma sono contento di due cose, la prima che Vittorio sia ancora vivo e la seconda che siamo ancora amici.

Mi ha insegnato i libri giusti, mi ha insegnato a viaggiare con gli occhi curiosi e a non avere paura delle persone.

Pero’ ancora non ho ho visto la Grand Place di Bruxelles, che quando ci siamo andati assieme era in restauro. Voglio ricordarla cosi’ per sempre. Tappata da un telo bianco.

C’e’ ancora qualche altro pezzetto di mondo da vedere e poi ho finito.

Ma ogni tanto vorrei tornare a Torino nonostante tutto. Qualche ora, qualche giorno.

Mangiare una mozzarella e la pizza da Gianni. Qua ci saranno pure le Cascate di Iguazu ma mancano le mozzarelle e pure la pizzeria da Gianni. Non saprei che scegliere.

Ogni tanto ci penso eh..

Al momento sono ancora vivo e con la panzetta pero’. Vai vai vai vai

p.s. I Soldi del treno per Bruxelles erano di mia madre quindi grazie anche a lei ❤

Bolivia è mille colori

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 La strada è lunga e sempre scomoda, terra pietre curve altipiani che ostacolano la normale andatura, cosicché per un’ora di strada teorica ce ne vogliono tre.
La decisione di non prendere aerei è tassativa, non voglio interrompere il flusso, il contatto con il terreno, nonostante questo cambi, voglio cambiare anche io con lui, farmi modellare, stancare e scolpire dal territorio e dai visi delle persone.

Il confine tra Bolivia e Perù è il caos più totale. Bancarelle, donne che trasportano sacchi enormi, clacson che suonano all’impazzata, gente che urla tra auto che vogliono entrare e quelle che devono uscire e persone che si tengono stretta la borsa o la valigia per paura di qualche ladruncolo.

Centinaia di persone in fila indiana attendono con il passaporto in mano il timbro del via libera. Io sono tra quelli.

La Bolivia ha i suoi tempi. Si attende. Nel caos.

Il confine tra Bolivia e il grande Norte del Chile è l’esatto opposto invece.

Siamo sull’altipiano Andino, non so con esattezza se 3000 o 4000mt ma la casetta “Immigracion Bolivia” sta lì in mezzo al nulla in mezzo alle montagne, abbandonata all’inverno come l’hotel stregato di Shining.

È il 9 agosto quando con passaporto in mano sto entrando in Chile direzione San Pedro de Atacama, è il giorno del mio compleanno e, forse per questo motivo, il cielo mi regala la neve che inizia a fioccare sulla mia testa elegante e maestosa.

La Bolivia sono stati picchi di 5000 metri, geyser, lagune colorate e deserti di sale.

Manca l’ossigeno, la temperatura va sotto lo zero, il cielo sembra sfiorarti la testa e la via lattea bagnarti i capelli.

Persone incredibili sulla mia strada, qualche ragazza bellissima pure e ho incontrato anche un americano di Atlanta che è stato la conferma di quello che penso degli americani.

Il maltempo di questi giorni ha creato parecchi disagi e chiusura dei passi sulla cordigliera delle Ande. Strade bloccate. Non si può passare.

Gli unici che riescono a passare sono i Condor, noi aspettiamo riaprano le strade.

Che te vaya bien, come dicono qui.

Il Perù ci dà, il Perù ci toglie 

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Aria fresca in questo agosto invernale.Le comunità andine festeggiano il nuovo anno della Terra, la notte va sotto zero, l’altitudine si sente e il fiatone pure ma al momento nessun mal di testa nè espedienti per evitarli.

Ho masticato una foglia di coca per sentire il gusto ma insomma per ora sto alla grande e senza ausilio di acqua nè di foglie di coca.

Tempo di vacanze per voi anche, la cosa positiva che su Fb non sono ancora comparse foto al mare di quello schifo di piedi che avete con annesso smalto sulle unghie immortalate su sfondo di sabbia incandescente e ombrelloni colorati.

Quelle foto toccano il punto esatto della soglia del disgusto umano.

Domani salirò sul Macchu Picchiu e non so come si scriva.

È una delle 7 meraviglie del mondo.

Non capisco perché ogni volta che vado in un posto, mi dicono che fa parte delle 7 meraviglie del mondo.

L’altra cosa che non capisco è che se davvero sono solo 7 le meraviglie in questa meraviglia di mondo allora il mondo deve essere meravigliosante brutto direi. Torino non fa parte delle meraviglie del mondo? E la Basilicata?

Qui le montagne andine sono davvero alte e impressionanti. È bello guardarle, pensare, bere un succo di frutta e negli auricolari De Andrè che canta Hotel Supramonte, che con il Sud America non c’entra un cazzo però ci da i brividi ugualmente.

I peruviani qui non sono diversi dai peruviani che vivono da noi, sono uguali, non ridono mai.

Ci ho provato in tutti i modi, ce l’hanno nel DNA.

Ride bene chi ride ultimo direte voi, però non ride nemmeno l’ultimo dei peruviani.

Cmq grandi paesaggi, grandi avvenimenti e grandi incontri ma manca sempre quell’equilibrio che ha solo la mia città. Io continuo a girare sulla crosta terrestre per cercare un posto meglio di Torino ma ancora non ci sono riuscito.

Basta.

Magari un giorno scriverò qualcosa di più profondo sulla terra, le montagne, la vita o le sgnappe, ma non ora.

Tanto che vi frega, l’importante è lo smalto sulle unghie dei piedi no?

Ora dormo.

P.s. Sui peruviani scherzavo, non volevo offendere nessun peruviano.